Il ritaglio è lì ormai da qualche giorno, ma proprio quella data lo rende paradossalmente più attuale. E’ il
16 marzo, e anche quella domenica ho acquistato L’Avvenire (quotidiano cattolico che ha spesso spunti interessantissimi) con l’inserto domenicale di Vita Nuova, il settimanale della diocesi di Parma.
Proprio lì scopro di un incontro che non conoscevo ma di cui conosco i protagonisti: Agnese Moro, figlia di Aldo Moro sequestrato e ucciso nel 1978 dalle Brigate rosse, e Franco Bonisoli, che in quel tragico 16 marzo era proprio in via Fani, a sparare contro gli agenti della scorta prima che Moro venisse prelevato dall’auto. A introdurre il loro dialogo è Max Ravanetti, sindacalista della Cgil che ha il merito di avere portato a Parma più volte le persone che hanno dato vita a questa quasi incredibile storia di rapporti umani, e che in alcune occasioni ne danno testimonianza in pubblico, come più volte è accaduto anche a Parma insieme ad altri protagonisti di quei giorni e di quegli anni. Moderatrice, Carla Chiappini.
MI stupisce, in positivo, leggere che l’incontro si è svolto in Vescovado, alla presenza di alcuni studenti delle quinte del Liceo Romagnosi, e con il saluto iniziale dello stesso vescovo Solmi.
Conosco bene la potenza di quella testimonianza, che vede insieme (ma senza confusioni di ruoli) chi allora fu vittima, privata dell’affetto di un padre, e chi fu dall’altra parte, nel comando armato. Rivivo ora sulla pagina quella potenza commovente, attraverso la delicata ma coinvolgente cronaca di Maria Cecilia Scaffardi. “Rivedo”, attraverso le parole riportate di Agnese e Franco, quel rapporto che sembrerebbe impossibile e che i protagonisti definiscono amicizia dandone prova con le parole, nonostante – è importante ripeterlo – non vi sia dentro un generico perdono, né men che meno alcuna amnesia: i fatti restano, e così pure il dolore della perdita. Così come, dalla parte opposta, è chiarissimo il senso di una colpa che, attraverso la conoscenza reciproca con la figlia di Moro ed altri familiari di vittime delle BR, si è fatta responsabilità e testimonianza sincera. Sincera e senza secondi fini, visto che quando questa storia è iniziata il debito con la giustizia – un debito giustamente non breve era già stato pagato per intero, e quindi non vi era la tentazione di alcuno sconto.
No: questo gruppo di persone che ha messo insieme il proprio vissuto opposto è sorto per tutt’altra motivazione: da una parte la necessità di ritrovare una parte di sé stessi passando paradossalmente per chi aveva interrotto la normalità della vita di figlia; dall’altra la necessità di dare un senso, seppur tardivo, a una scelta evidentemente e tragicamente sbagliata, che però oggi rende credibile, drammaticamente credibile, la testimonianza di chi spiega quanto sia sbagliato affidare alla violenza l’aspirazione di cambiare il mondo.
Ogni volta che entro a contatto con questi racconti (anche solo leggendo un giornale come in questo caso), mi chiedo come mai i grandi mezzi di comunicazione e i più noti giornalisti nazionali che scrivono di ogni argomento non abbiano ancora saputo dare spazio a questa iniziativa così forte, che non lascia mai indifferente chi assiste ed ascolta.
Vien da aggiungere, pur senza voler confondere pezzi della nostra Storia, che in questa esperienza di poche persone ci sarebbe anche la soluzione per un problema che ci trasciniamo ormai da un secolo: quello del rapporto tra fascismo e antifascismo (se ne è parlato anche nei giorni scorsi per la lapide ai caduti della RSI a Fontevivo). Una questione che sembra irrisolvibile, ma per la quale l’esempio della giustizia riparativa sarebbe perfetto: andare oltre senza dimenticare. E senza dimenticare la distinzione fra chi fu vittima e chi invece scelse un ruolo sbagliato.
Pensiamoci, di qui al 25 Aprile…
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